spaesamenti / corsi di scrittura

Il sentirsi fuori posto,
la scrittura che cura

spaeṡaménto s. m. [der. di  paese, retroformazione da spaesato ], letter. – L’ essere, il sentirsi spaesato.

Impariamo a scrivere da piccoli, talmente piccoli che col tempo ne dimentichiamo il bisogno e lo diamo per scontato. Eppure scrivere è come camminare: serve senso dell’orientamento, equilibrio, ascolto, sguardo, memoria. Occorre infilare i passi giusti, proprio come le parole. Conta il non farsi intimidire dagli ostacoli e imparare a superare i blocchi della scrittura che sono fisici e mentali, subdoli e palesi. Scrivere è un gesto privato che può aver bisogno di farsi pubblico: in forme diverse, per ragioni diverse, purché con stili propri.

Lo spaesamento non è solo legato ai luoghi o legato al fuori di noi: spaesati lo siamo dentro e diventa più risorsa che limite se capiamo come gestirlo. Anche in questo, la scrittura può farsi cura: andando piano, imparando a conoscerci, trovando le parole per dirlo.


spaesamenti / storie italiane

Tutto il paese è mondo

Storia e geografia insieme, miste all’umano, miste al racconto: traduco la dimensione dei paesi italiani attraverso il viverci, mio o degli altri. Al tempo stesso lavoro su progetti che riportino un senso di comunità e un rinnovato concetto del lavoro nei luoghi spopolati, invisibili e interni dell’Italia, là dove le vite si erano spostate per andare altrove o in cerca d’altro.

Non ha più senso dividere le geografie tra borghi e frazioni, tra nord e sud, tra grande e piccolo perché il rischio è dividere le persone. Non ha più senso inseguire un mestiere o una professione se il prezzo da pagare è lo sradicamento da sé stessi più che dai luoghi di partenza.

Un paese è una dimensione interiore più che un metro di misura.

La letteratura è piena di stimoli e di titoli, il giornalismo è una strada per dare e avere informazioni, la società è la piazza in cui parlarne: ogni mese, con la mia newsletter, faccio una sintesi e la invio a chi vuole vedere da vicino l’Italia  minore. 


Diario di viaggio

Non possiamo lasciare la nostra vita su Facebook

Aliano, il festival della paesologia


L’Italia smarrita che ci fanno vedere non è figlia unica, la sorella l’ho vista ad Aliano, al festival della paesologia ideato da Franco Arminio:  La luna e i calanchi.

Una sorella che parla meno ma dice di più, studia e legge per dare agli altri e non per farsi dire brava o in cambio di un gettone, vive nel piccolo, sa ancora praticare un convivio che dialoga e mangia insieme, resiste all’umanità in monodosi, rimette in circolo il baratto, ti abbraccia la solitudine come fosse sua.

Ho registrato ore di conversazioni dal festival e dalla vita di paese che presto tradurrò in reportage (e anche in newsletter, iscrivetevi da questo sito): se intanto volete intuire l’Italia di cui abbiamo bisogno, Franco Arminio, Domenico Iannacone e Andrea Di Consoli possono essere un ponte.

Lo smarrimento che il piccolo e la vicinanza siano perdenti ce lo faranno sentire sempre, tocca resistere. L’altro ieri, mentre una signora su un balcone affacciato ai calanchi stendeva classiche lenzuola da figlio adolescente con disegnati sopra i grattacieli altissimi e un sole irreale, ho pensato che dovremmo cercare lenzuola stampate di poesie e far desiderare ai nostri figli di abitare lì dentro.

Ieri pomeriggio, finito il festival all’alba, Aliano aveva già addosso le scorie di essersi concesso giorno e notte a migliaia di sconosciuti che lo avevano amato per una settimana intera.

I paesi si sentono in colpa quando stanno bene.

23 agosto 2022

Dalla Svezia,
per bastare a sé stessi

Vivo la Svezia in casa di un’amica che venticinque anni fa lasciò l’Italia. Non ero mai venuta a trovarla e mi chiedo come sia stato possibile aver concesso al tempo di dilatarsi così tanto senza avergli tirato mai la cinghia per stringere un buco e arrivare fin qua.

Vivo la Svezia che non vedrei da sola, entro abusiva dentro un quotidiano che non mi appartiene ma mi seduce, così diverso. Vivo con loro, mangio con loro, cammino scalza, ceno alle sei; ogni sera mi chiedo come potranno passare tutte quelle ore con la luce alta prima del sonno eppure, ogni sera, quelle ore passano se impari un po’ al giorno a fargli l’orlo con la pazienza. Se non gli metti fretta, il tempo ti perdona.

Qui la casa non è solo famiglia, è piazza e negozio insieme, è servizi essenziali e svago, è la luce che ti salva da finestre grandi o piccole a seconda dello scopo e della stagione, è un giardino fuori dalla porta a metà tra un prato e un bosco, è una città in miniatura in cui provi a farci stare tutto perché l’inverno è lungo ma mai quanto le distanze tra un bisogno improvviso e la risposta per dargli pace.

Bastare a sé stessi.

Ho ancora tanto da imparare.

31 luglio 2022

Barbiana oggi,
ieri Don Milani

Palmiro è del ’48 e quando si trattò di battezzarlo il prete si rifiutò perché era chiaro che il nome fosse un omaggio a Togliatti; il compromesso fu che gli si desse il nome del santo del giorno quindi da quel momento fu sempre Palmiro per l’anagrafe e per il mondo ma Lanfranco per la Chiesa. C’è lui di turno oggi alla Scuola di Barbiana in cui Don Milani fu sbattuto in punizione dal ’54 al ’67 come avamposto della fede a cui chiunque avrebbe rinunciato accettando piuttosto di piegarsi alle posture ipocrite della politica, della Chiesa, dei giudici, del mondo, della scuola. Non lui. Oggi lo ricordiamo per alcuni libri e lettere che hanno messo la storia davanti all’urgenza della libertà, della disobbedienza, il bisogno di avere una propria mente pensante e di lavorarci su ogni giorno. Quando ieri pomeriggio ho chiamato per prenotare una visita era tutto pieno; un posto però me l’hanno trovato in mezzo al gruppo in visita da Treviso, gente mista, bambini e anziani, professoresse e pensionati. Due ore di ascolto seduti nell’aula di Don Milani, tutti appoggiati sui tavoli e sulle sedie fatte a mano da quel gruppo di giovanissimi che lui un po’ alla volta aveva portato via dall’ignoranza, battendo sul tasto dello studio 365 giorni l’anno e pure uno in più quando era bisestile. Andò contro le famiglie e le botteghe e le fabbriche che volevano figli e operai capaci solo di portare a casa un lavoro e uno stipendio anche se non sapevano nemmeno come si scrivesse il proprio non ma lui per tutta la vita ripeté a loro e al mondo intero che un giovane che non studia non sarà mai un buon rivoluzionario e che la società ha sempre bisogno di teste capaci di fare rivoluzioni in nome dei diritti. Alla scuola di Barbiana ci si arriva nell’ultimo tratto passando a piedi in mezzo al sentiero della Costituzione, la stessa Costituzione che fingiamo di mettere al primo posto di questa Italia zoppa e divisa, mentre la smontiamo da dentro come i cuccioli di cane quando mangiano di nascosto la gommapiuma dei divani senza farsi vedere, finché il divano si sfonda. Cartelli ricordano gli articoli della Costituzione che dovremmo incarnare fin sottopelle.

Qui si dice “alla Barbianese” per dire che ognuno ci metteva il suo dentro una scuola nata dal nulla come forma di resistenza a qualsiasi mano del potere, una scuola pensata per tutti, che non lasciasse fuori nessuno, ogni giorno una lezione che partiva dalla vita, dai mestieri, dal bosco, dalla musica, dalle stelle e dal cielo, dalle paure di non farcela e dell’orgoglio di superare il maestro.

Palmiro racconta Don Milani come fosse stato il padre e sono certa che si commuove ogni volta sugli stessi inciampi dei ricordi anche se quei ricordi non sono i suoi e glieli hanno passati come una staffetta da custodire fedelmente. Ho registrato e scritto per due ore, ho scattato decine di foto dentro la Scuola ma solo per me perché tra le prime cose che ti dice Palmiro è di non pubblicarle in rete e tenerle per te: chi vuole conoscere Don Milani deve venire a Barbiana dove c’è ancora nell’aria la speranza che la scuola e lo studio siano l’unica forma di libertà. Non sono stata in grado di seguire il gruppo di Treviso al Cimitero di Barbiana per vederlo sepolto, coi cimiteri non ci sono mai andata d’accordo.

Nell’ultima stanza c’è proprio un invito a non scattare foto eppure la tentazione mi ha quasi travolta davanti alla foto mozzafiato in bianco e nero dei suoi studenti il giorno della morte di Don Milani. Era morto più di un padre, più di un maestro, più di un priore. Allora ho trascritto a mano la frase che campeggia sopra il loro dolore e tratta dal suo testamento che più umano non si può: “Ho voluto più bene a voi che a Dio ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia messo tutto sul suo conto”.Andateci a Barbiana.

A me è capitato per caso di andarci oggi, dopo anni di desiderio: proprio oggi per la Festa della Repubblica che vorrei.

25 aprile 2022

cosa faccio per me e per gli altri

Scrivo, ma parlo anche 

SenzaFiltro, il giornale della cultura del lavoro

Ci lavoro come direttrice responsabile dal momento della sua nascita. Nel 2015, capimmo con FiordiRisorse che c’era un grande buco editoriale in Italia: fare giornalismo parlando di lavoro attraverso le persone. 

Coordino le inchieste, l’attualità, i progetti esterni del giornale e le relazioni istituzionali.

www.informazionesenzafiltro.it

www.fiordirisorse.eu

Presento, modero, faccio consulenza sui contenuti

Ormai da vent’anni parte del mio lavoro consiste nel partecipare come moderatrice o presentatrice a festival, convegni, congressi, appuntamenti giornalistici o aziendali. Spesso mi viene affidata anche una parte più costruttiva: in quei casi fornisco consulenza sui contenuti, sulla organizzazione, sui relatori. 

L’altra faccia della medaglia è quando mi chiamano come relatrice sui temi della cultura del lavoro: sto dall’altra parte del palco e mi appassiona lo stesso.

Ci chiamano Ghostwriter

La prima volta che mi chiesero di scrivere un libro al posto di un altro pensai: come è possibile? Poi mi buttai: per scoprire, al contrario, che è una dimensione intrigante e che mi mette ogni volta alla prova. Contattatemi quindi se avete simili proposte: le valuto con cura e con estrema onestà.

Ti fai male è nato così: un romanzo autobiografico e generazionale che mi ha permesso di scoprire la potenza della scrittura attraverso l’altro. Il committente è stato talmente entusiasta che, alla fine, ha deciso di mettermi in chiaro sulla copertina del libro, accanto a lui.

Per i curiosi, il libro è qui .



La mia idea
di giornalismo

Sono la direttrice responsabile di SenzaFiltro, il giornale della cultura del lavoro, e co-ideatrice del progetto editoriale. Giornalista con il debole per le relazioni e le persone.

Studiosa e appassionata di geografie umane e di paesi, dal 2022 collaboro con La Casa della Paesologia fondata da Franco Arminio a Bisaccia, in Irpinia d’Oriente (AV).

Con la laurea in giurisprudenza non ho mai intrapreso le classiche strade: l’unico ufficio legale in cui ho lavorato è stato quello di Altroconsumo a Milano, dal 2001 al 2003, e prima in quello di Bolzano. Dal 2008 al 2017 ho lavorato nelle Marche come Responsabile Comunicazione e Segretaria di direzione per una grande azienda pubblica del settore ambiente dove sviluppavo e organizzavo campagne di green marketing e di educazione sostenibile. Dal 2012 contribuisco ai progetti di FiordiRisorse per una nuova cultura del lavoro.

Autrice del libro “Ti fai male ” (2020), romanzo generazionale.

Ho lavorato per 20 anni come giornalista nel campo del vino e del cibo collaborando con le principali testate nazionali e pubblicando due libri: “ Vino a doppio senso. Guida ironica per uomini e donne” (Gabrio Marinelli Editore, 2006) e “Il Bicchiere mezzo pieno. Liberarsi dagli esperti è il primo passo per bere bene ” (Le Lettere, 2020).