Il bar del giorno è a Bucine, nella vallata in cui l’Ambra si fa strada per abbracciare l’Arno.
A Guidieri, dirgli solo bar, gli fai un torto.
La crema che fanno è una dichiarazione d’amore, qui la gente lo sa. Ci arrivo guidando accecata da una nebbia che sembra latte, al punto che, d’istinto, chiedo di macchiarmelo chiaro appena arrivo al bancone. Lo chiedo al vetro, e pure bollente.
Nel gergo da bar è solo a Napoli che tento di raddoppiarlo in “chiaro chiaro” perché andare in sottrazione sul caffè, proprio a Napoli, è un’arte impervia: puntualmente qualche barista mi guarda deluso.
Il teatro del giorno offre la immancabile polemica italiana sui ritardi del Cup – il signore in paltò color cammello spiega all’amico che gli hanno dato appuntamento ad agosto 2023 per una gastroscopia ma lui andrà ad Arezzo la settimana prossima a 140 euro – e la chiacchierata in libertà tra due amiche sopra i sessanta, discorsi da donne, una ha figli e l’altra no. Cerco posto proprio quando la rossa dice all’amica che a lei i figli non sono mancati, che ha campato generando altro. Neanche a dirlo, tra il cup e le signore, dove mi siedo. Non mi vergogno a dire che ogni tanto vado al bar per mischiarmi al mondo, farmi gli affari degli altri per capire che vita scegliamo tra le tante possibili, per ascoltare la voce di gente di cui non so niente e che mi fa entrare a casa sua, autoinvitandomi.
L’altra signora ha un figlio che studia a Milano e tra due fine settimana porta giù gli amici universitari perché vogliono conoscere questa madre che cucina tutte le meraviglie con cui lui rientra la domenica sera col treno e le valigie piene, questa madre che non ha mai lavorato se non per la famiglia. “Io però a Luigi gli dico sempre che se porta gli amici universitari poi non ci so stare a parlare con la gente che ha studiato, io cucino, non ho mai lavorato fuori, sono sempre stata bene a casa”. A me quello che arriva è che Luigi racconta agli amici milanesi quanto ami la madre e allora vuole fargliela conoscere come il trenta e lode più bello della sua vita.
Il trattato sul libero arbitrio femminile prosegue tra delicatezze e convinzioni di donne adulte, mi incantano. Nel frattempo si è riempito il bar, sono le dieci piene, sento di liberare il tavolo, lo faccio a fatica. Mi alzo come se dovessi lasciare il cinema senza sapere come va a finire il film. Oppure lo so, oppure lo immagino come va a finire. Finisce che noi donne siamo sfumate di bellezza: a ogni età, a ogni dubbio che poniamo al mondo, a ogni certezza con cui ci svegliamo un sabato mattina per andare al bar. 

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